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UN SEGNO DI SPERANZA

contributo inviato da Daniele Salvi il 23 gennaio 2020


“Non inveni tamtam fidem in Israel” pare esclamasse più volte il cardinale Gil Alvarez Carrillo de Albornoz, quando visitò nella primavera del 1355 la città di Camerino.
Credo che sia stata una simile impressione quella che le comunità della città ducale e del territorio limitrofo, fortemente provate dal sisma, hanno suscitato in chi domenica scorsa ha preso parte alla affollatissima cerimonia per la riapertura al culto della basilica di San Venanzio, patrono di Camerino.
Una manifestazione corale di attaccamento alla città e a questo pezzo di Marche che non deve essere passato inosservato agli illustri ospiti: il Nunzio Apostolico per l’Italia Emil Paul Tscherring e la famiglia Arvedi di Cremona, la quale ha consentito il recupero della basilica in tempi record, in maniera impeccabile e a costi contenuti rispetto alle previsioni.
Ospiti a cui la cittadinanza intervenuta ha tributato un’accoglienza calorosa e, nel caso degli Arvedi, la consegna della cittadinanza onoraria da parte dell’Amministrazione comunale.
La comunità camerte ancora esiste, al pari di quelle rappresentate dai numerosi sindaci del territorio presenti. Esse hanno continuato non solo la loro vita quotidiana, pur tra mille difficoltà, ma anche a ritrovarsi, a fare cultura, a praticare la fede, come hanno dimostrato un preparatissimo coro, accompagnato dagli orchestrali, e le confraternite presenti.
Un esempio reale e vivente di resilienza contro la vulgata dell’abbandono, spesso ripetuta a tal punto da far dubitare che sia più auspicata che temuta, come se i più vivano ormai altrove impegnati a cogliere chissà quali opportunità mai avute. Credo che anche questo sia uno dei luoghi comuni da sfatare, perché è difficile abbandonare la dimensione della relazione umana e la bellezza carica di storia di luoghi dalla civiltà millenaria che sono parte integrante di un’idea del vivere.
Occorre dire, tra l’altro, che nei tre anni che ci separano dal sisma la risposta delle comunità c’è stata e tutto lascia intendere che ci sarà, la solidarietà privata continua a fare opere di bene, mentre il sistema pubblico deve trarre da ciò lo stimolo per una ancora maggiore assunzione di responsabilità.
Il Decreto n. 123/19, convertito in legge nei giorni scorsi, rappresenta un oggettivo passo in avanti rispetto al vuoto dell’anno e mezzo in cui il sisma era finito nel dimenticatoio. Ci sono certamente alcune questioni ancora aperte, soprattutto rispetto alla semplificazione della ricostruzione degli edifici pubblici, che vanno risolte e su cui bisogna insistere, sia per evitare disparità di trattamento rispetto ad altri luoghi che pure hanno subito delle calamità, sia per superare una scarsa conoscenza delle aree interne che è stata la vera ipoteca culturale, che ha determinato le inefficienze di questa esperienza di ricostruzione.
La giusta precauzione nel prevenire l'illegalità, che per la verità le Marche nella precedente esperienza di ricostruzione del 1997 non hanno conosciuto, non giustifica la sfiducia verso gli enti locali, né tantomeno il timore di speculazioni in aree caratterizzate da fenomeni di declino economico.
Il campanone di San Venanzio è tornato a suonare. Nessuno pare abbia visto il santo combattere con i camerti dalle mura come quando fu respinto l’assedio di Alarico, ma non era certo questa l’occasione. Tuttavia, questo entroterra così frammentato e spesso affetto da campanilismo acuto, sa ritrovarsi ed essere “popolo” nei momenti che contano. Quello di domenica era uno di questi momenti, se solo pensiamo al senso di appartenenza che un'ampia fetta delle Marche interne ha verso un luogo di culto che oggi è divenuto segno di speranza e che nel nome del giovinetto romano finito martire accomuna città come Camerino e Fabriano, insieme ad un territorio omogeneo che ha ancora molto da fare, ma anche da dire.


Daniele Salvi
 


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