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LETTURE DI FINE 2019

contributo inviato da Daniele Salvi il 23 gennaio 2020

Nella seconda parte del 2019 ho fatto alcune letture che vorrei segnalarvi. Sulle prime due non mi dilungo, essendo state oggetto di un mio post su Facebook. Si tratta di Agnes Heller: “La verità in politica”, Castelvecchi, Roma 2019, pp.48, e di Massimo Adinolfi: “Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, Big Data e democrazia”, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 108.

Una terza riguarda la “Storia della città di Camerino”, Tip. V, Savini, Camerino 1895, del marchese Patrizio Savini. Dopo quella di Camillo Lilii, questa storia della città ducale - seppur sintetica - ci aiuta a capire il periodo che dalla devoluzione del 1545 va fino alla perdita della provincia con l’Unità d’Italia, con in mezzo la vicenda dell’occupazione francese e il terremoto del 1799. Pagine utili a capire passaggi cruciali nelle trasformazioni delle aree interne di un’ampia parte delle Marche.

La quarta lettura riguarda Antonio Funiciello: “Il metodo Machiavelli. Il leader e i suoi consiglieri: come servire il potere e salvarsi l’anima”, Rizzoli, Milano 2019, pp. 252. Dal Capo di Gabinetto di Paolo Gentiloni una riflessione sull’importanza di questo ruolo nell’ambito delle istituzioni e governo politico. Attraverso la ricostruzione di alcuni esempi tratti dalla storia e la descrizione delle caratteristiche peculiari, il ruolo di capo staff viene sottratto alla demagogia e restituito alla sfera delle competenze richieste per esercitarlo, indagandone il difficile rapporto con il potere, con la libertà e la verità.

La quinta lettura è di tutt’altro genere. Sono “I Fioretti di San Francesco di Assisi", nella edizione Nicola Zanichelli di Bolognadel 1926. In occasione degli 800anni della partenza di San Francesco dal porto di Ancona per incontrare il Sultano, anniversario che ha suscitato tanti studi e racconti per l’attualità che ancora oggi ha il gesto del santo improntato all’imprescindibilità del dialogo interreligioso, è utile una rilettura di questi brevissimi racconti in volgare, presunta opera del beato Ugolino da Montegiorgio, che racchiudono l’epopea del primo francescanesimo, che proprio nelle Marche ebbe il suo grande sviluppo.

La sesta lettura è un libretto che racchiude due conferenze su Platone tenutesi nella prima edizione del festival Kum che da qualche anno si svolge ad Ancona. Rocco Ronchi e Bernard Stiegler: “L’ingovernabile. Due lezioni sulla politica”, Il Melangolo, Genova 2019, pp. 77, prendono spunto dal tema dell’edizione del festival, il terremoto come emblema dell’ingovernabile che la politica è chiamata per sua natura a governare, in quanto forza ordinatrice della società. Ma come? Il rimando è alla platonica “virtù cibernetica”, cioè alla capacità di navigare il mare che per il filosofo è l’emblema dell’arte politica. Guidare la nave nel mare, per sua natura ingovernabile, vuol dire cercare di tagliare le onde, timonando secondo la propria volontà e il proprio obiettivo, oppure vuol dire assecondare l’ingovernabile, la forza delle onde, adattandosi ad essa? Forse entrambe le cose, ed è proprio per questo che la politica è una “arte”, “téchne” secondo i Greci, ossia un “sapere” che si muove tra la purezza dell’ideale e la magmaticità del reale e che deve evitare tanto l’illusione dirigista-tecnocratica, destinata a naufragare, quanto l’irrilevanza opportunistica, che finisce per lascire ad un’altra “cibernetica”, quella dei numeri e degli algoritmi il governo reale delle cose.

La settima lettura è un altro denso libretto, scritto da Walter Cerfeda: “Discorso sull’economia nel tempo del sovranismo”, Il Raggio Verde 2019, pp. 117. Una riflessione militante che ha preceduto le elezioni europee di quest’anno, ma che ha il pregio di spiegare in maniera semplice e documentata quel che sta accadendo nell’economia globale, ovverso la “guerra commerciale” in atto, innescata dalla presidenza Trump, che va sotto il nome di “neoprotezionismo”, ma che in realtà è il tentativo degli USA di uscire dalla propria crisi economica e di leadership, riscrivendo bilateralmente i rapporti con tutti i propri maggiori partner commerciali. Una politica non condivisa nelle sedi del commercio internazionale (WTO), ma avviata unilateralmente, che si fronteggia con un'altra politica “imperiale”, quella di un paese non democratico, la Cina di Xi-Jinping, che s’ispira paradossalmente al libero mercato e al multilateralismo nelle relazioni internazionali. In mezzo a questo confronto-scontro, Cerfeda indaga anche la politica russa, quella nipponica e quella europea e ci fa capire cosa potrebbe succedere all’Italia se si continua ad accarezzare l’idea di uscire dall’euro.

L’ottava lettura è il libro di Maria Paola Merloni con Claudio Novelli: “Oggi è già domani. Vittorio Merloni vita di un imprenditore”, Marsilio, Venezia 2019, pp. 299. La biografia di uno dei maggiori imprenditori nazionali dagli esordi in famiglia con il padre Aristide e i fratelli Francesco e Antonio fino alla malattia e la morte che lo hanno messo fuori gioco anzitempo. Dalla fabbrica di gabbie per polli alla “multinazionale tascabile”, fino alle mancate alleanze con partner industriali che avrebbero potuto consentire di incidere nel futuro della propria creatura industriale. Interprete del cambio di paradigma degli anni Ottanta, presidente autorevole di Confindustria, protagonista dello scontro sulla scala mobile, la figura di Merloni viene ricostruita attraverso la sua totale dedizione all’impresa, la conoscenza minuziosa di ogni aspetto della organizzazione, produzione e commercializzazione dei suoi prodotti, la passione per l’innovazione, l’apertura internazionale e l’amore per le proprie radici fabrianesi, l’affabilità umana e relazionale. Il libro, in qualche punto un po’ celebrativo, si avvale delle testimonianze si coloro che lo hanno conosciuto da vicino e di elementi di scenario utili a capire l’Italia in cui Merloni è vissuto ed ha operato meritoriamente.

La nona lettura è un’altra biografia, Roberto Giulianelli: “L’economista utile. Vita di Giorgio Fuà”, Il Mulino, Bologna 2019, pp. 346. Un altro grande marchigiano narrato con completezza e metodo sapiente. Quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita di Giorgio Fuà e opportunamente la Fondazione a lui intitolata ha ritenuto che fosse venuto il tempo di dedicargli una biografia. Di Fuà, nella ricostruzione di Giulianelli, colpiscono alcune cose: a) una vita certo non facile, ma felice per le coincidenze che gli consentirono di scampare alla ferocia razzista, per gli incontri avuti, per la ricchezza delle relazioni coltivate e per la qualità delle stesse; b) il mancato incontro con Olivetti, cioè l’attrazione di Fuà per l’imprenditore, l’intellettuale, il politico, il filosofo e il “profeta”, che non si trasformerà però in collaborazione piena. Un aspetto questo che sembra essere una costante del suo percorso e del suo impegno intellettuale e pratico. Sarà così anche con Mattei all’ENI; c) l’alto senso di autonomia intellettuale e d’indipendenza che deve ispirare la ricerca, l’analisi dei problemi e la loro risoluzione; d) l’impegno espresso in terra marchigiana con la nascita della facoltà di economia ad Ancona e poi dell’Università, con la fondazione dell’ISSEM e dell’ISTAO; e) l’idea che il luogo più adatto per rifuggire i rischi dell’accademismo e del cieco pragmatismo fosse un “centro studi”, ossia quell’ambiente interdisciplinare in cui la conoscenza approfondita delle teorie viene messa costantemente alla prova della risoluzione di casi concreti,tenendo sempre presente che ogni cosa che facciamo, anche in economia, è per l’uomo.

La decima lettura riguarda Achille Occhetto: “Il crollo del muro e la svolta della Bolognina”, Sellerio editore, Palermo 2019, pp. 94. Si tratta dell’estrapolazione e rimaneggiamento di quanto l’autore ha scritto sul tema in un procedente libro, utile tuttavia per chi ha vissuto da sinistra la fine del bipolarismo internazionale e con esso la fine del PCI. Occhetto cerca di replicare alla critica che è stata più volte espressa nei confronti della “svolta” e che ha finito per sedimentarsi nella considerazione dei più, e cioè che il cambiamento del nome del PCI e la volontà di dare vita ad una nuova forza politica fosse avvenuto in maniera improvvisata e culturalmente debole, pregiudicandone così la riuscita. Occhetto ripercorre il progressivo distacco dei comunisti italiani dal comunismo sovietico, ma anche i ritardi e il fatto che il XVIII congresso del PCI avesse posto le basi culturali della “svolta”, che invece subì un improvviso cambio di scenario con l’insorgere di Tangentopoli. Il “nuovo inizio” ha avuto i caratteri per certi versi eccessivamente vaghi, per altri imprevedibilmente anticipatori, propri di ogni atto che si colloca in un momento di repentino trapasso tra vecchio e nuovo. Pertanto, la sua rilettura oggi è ancora interessante per cercare di capire stilemi e luoghi comuni del presente, ma anche inattualità e mancati approdi.


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