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MASSIMO FERRETTI E LE MARCHE

contributo inviato da Daniele Salvi il 31 agosto 2020

 

Ci sono per fortuna ancora editori coraggiosi nelle Marche che ricercano innanzitutto la qualità. È il caso di Giometti & Antonello di Macerata che ha ristampato lo scorso anno l’opera poetica di Massimo Ferretti (Chiaravalle 1935 - Roma 1974) Allergia, edita in una prima versione nel 1955 (Tip. Civerchia, Jesi) e poi nel 1963 (Garzanti, Milano), vincitrice nello stesso anno del Premio Viareggio “Opera prima”.

Questa nuova edizione, dopo quella del 1994 (Marcos y Marcos, Milano), si distingue per la presenza di due appendici che consentono di ricostruire in maniera sufficientemente completa la vicenda umana e intellettuale di Ferretti, una delle voci poetiche più interessanti e dimenticate del Novecento.

Lasciamo al lettore la curiosità di approfondire la figura di Ferretti, inclusa l’originalità di quel titolo che in una parola racchiude il senso della propria condizione esistenziale, “segnata” fin dall’infanzia da una forma di endocardite reumatica che pregiudica il suo rapporto con gli altri e il mondo, rendendo ancora più viscerale il suo attaccamento alla vita. “Questa ‘allergia’- dice infatti Ferretti - va intesa come immunità possibile e necessaria d’una malattia ben diagnosticata: la storia, insomma, d’una presenza delusa ma non sconfitta”.

 “Se ho registrato il ‘sentimento della morte’ - dice Ferretti a Pier Paolo Pasolini - l’ho fatto per celebrare la vita. Io ho sempre desiderato vivere: e più stavo male, più volevo guarire”.

C’è in Ferretti un legame profondo con il poetare leopardiano, che conferisce alla sua opera lo spessore della grande poesia: quella che va alle radici del destino umano, indagato dal proprio punto di vista “distopico” o “daltonico”, e del rapporto intimo tra vita e opera, tra scrittura ed esistenza, anche quando - come in questo caso - finisce per sfociare nel silenzio.

La vicenda umana e letteraria di Massimo Ferretti è stata ricostruita sapientemente da studiosi come Massimo Raffaeli ed Elisabetta Pigliapoco che hanno colto il senso delle turbolenze della sua vita, la malattia, i fallimenti scolastici e universitari, la fuga a Roma nel 1961 alla ricerca di “pane e libertà”, e delle contraddizioni di un percorso intellettuale ed artistico influenzato da un carattere scontroso e vulnerabile, diffidente e a tratti paranoico, che lo isola progressivamente da ogni ambiente letterario ed editoriale, in cui egli ravvisa solo chiusure, invidie e ipocrisie.

Tra le turbolenze della sua vita ci sono proprio gli studi, il ginnasio a Jesi, l’università prima a Perugia nel 1957 e due anni dopo nell’ “esilio” di Camerino. Proprio a Camerino lo raggiunge la terribile notizia del suicidio del cugino Giovanni, che lo scuote a tal punto da farla diventare materia del suo primo romanzo, Rodrigo, che esce per Garzanti sempre nel 1963.

Perugia, Camerino e poi Roma diventano i luoghi di estrazione di quell’anonimo materiale da cava su cui si esercita la sua ambizione letteraria. “Sono convinto che non esista l’immediatezza in letteratura, che per esprimere la verità, occorre l’artificio, il lavoro”, dichiara ad Adolfo Chiesa.

Chiaravalle con la sua casa “ancora verde, con l’albero, i glicini e le rose:/avrei voluto braccia immense/per poterla abbracciare in una volta” e con “il viale più dolce del paese”; Jesi “straniera (…) orgogliosa di livide muraglie”; “Perugia: 100.000 abitanti; molte splendide donne; un labirinto di vicoli; profumi claustrali; manie cosmopolite. Non c’è neppure il pericolo di perdersi: quando si scende si va sempre in periferia, quando si prende la salita si sbocca inevitabilmente al centro (che è grande quanto il culo di un bicchierino di cognac)”; Roma, la capitale de I versi urbani, “Tu non puoi attraversare, città, le province della mia eleganza!”; il “Paese di lì”, ovvero il nome della città in cui vivono i protagonisti del suo secondo romanzo Il gazzarra, i tre indiani, tre giovani studenti universitari che passano la vita in una sorta d'insensatezza goliardica.

E, seppure in una lettera di risposta a Carlo Antognini del 3 maggio 1967 Ferretti scriva: “Caro Antognini, la ringrazio della sua lettera ma temo di non poterla accontentare, come vorrei, (…). Il campo d’azione sia di Rodrigo che de Il gazzarra non è mai un luogo geografico o sentimentale ma sempre un luogo linguistico e intellettuale (per cui rintracciarvi “concreti apporti” alla conoscenza delle Marche mi pare un’operazione abbastanza disperata)”, e prosegua poi dicendo di ritenersi legato alla regione “da puri motivi biografici”, a me pare che non sia fino in fondo così, neppure per i romanzi.

Certamente non lo è per le poesie. Basta pensare al componimento Alle Marche, tenuta fuori dalle edizioni di Allergia che abbiamo ricordato all’inizio e che pure faceva parte delle seconde bozze della versione in procinto di stampa per l’editore Schwarz nel 1955, quando l’intervento di Pasolini aveva convinto Ferretti a pubblicare l’opera presso un editore più prestigioso.

Mi sembra uno dei frutti più belli della sua creatività e in qualche modo il punto di ritorno di una vicenda, se non artistica, certamente umana: “Le Marche sono la mia terra: una terra tranquilla che guarda l’Appennino e il mare,/una terra che non ha emblemi segreti da offrire all’Europa madre - come il sasso delle Alpi l’onda della Senna la rosa andalusa la nuova diga d’Olanda o un filo d’erba dell’aspra prateria del paese gelato./Non posso scoprirla: è già nuda di canti e leggende, e le sue donne e i suoi giardini non aggiungono niente ai colori del mondo./Ma per questo io l’amo: perché è esclusa dalle carte geografiche sentimentali e dipinte./E l’amo perché ci sono nato: e solo essa può ricordarmi/l’albero/e la casa/l’ultimo sogno/e il primo amore”.

 

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