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LETTURE DA UN BEL PO' DI TEMPO IN QUA ....

contributo inviato da Daniele Salvi il 19 febbraio 2021

In questo excursus sulle ultime letture fatte da un po’ di tempo a questa parte, partirei dal libretto Carlo Bo, Raffaello, bellezza e verità, a cura di Tiziana Mattioli e Anna Teresa Ossani, Raffaelli Editore, Rimini 2020, pp. 49. Si tratta della ripubblicazione di tre brevi scritti del “duca” di Urbino nell’anniversario dei 500 anni dalla morte del “divin pittore” e, oggi che ne scriviamo, dei venti anni da quella dello stesso Bo. La pittura di Raffaello come sintesi di natura ed arte, in cui la bellezza dischiude al vero; l’intima relazione dell’arte con il luogo sorgivo del suo talento e il debito della città verso chi l’ha resa grande. Che cos’è la decadenza di una città? Quando essa da “capitale dello spirito” diventa “luogo della memoria”, “sia pure sublime, ma sempre memoria, specchio rovesciato all’indietro”. E per risalire la china? “Bisogna credere al simbolo più che alla realtà, alla storia - questa volta -, più che alla geografia, all’economia dello spirito più che a quella molto improbabile dei nostri calcoli”.

A proposito di come risalire la china, occorre “invertire lo sguardo”; è quel che ci propongono AA.VV., Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli, Donzelli Editore, Roma 2020, pp. 239. Partire dalle aree marginalizzate per ripensare lo sviluppo sostenibile del Paese, introducendo delle politiche rivolte ai luoghi. Dopo il bel volume “Riabitare l’Italia”, questo “Manifesto”, con i commenti e il dizionario delle parole-chiave, vuol mettere al centro del dibattito la crisi delle tradizionali gerarchie territoriali, incardinate su “centri” urbani che non riescono più ad esprimere una funzione direzionale ed inclusiva, e la possibile risposta che può venire dai “luoghi”, specie a seguito dell’accelerazione indotta dall’emergenza sanitaria. Alla forbice crescente delle disuguaglianze e alle asimmetrie di opportunità, occorre rispondere aggredendo le cause dei divari territoriali, sia che parliamo delle terre alte o dei fondivalle della deindustrializzazione, delle campagne dell’agricoltura intensiva o delle aree della consunzione dell’esperienza dei “distretti”, delle fasce costiere deturpate dal continuum delle seconde case in abbandono o delle sempre più vaste e sofferenti periferie metropolitane. Un libro che ci invita a “ricucire” l’Italia.

Continuando a concentrare lo sguardo sui luoghi “minori” ci imbattiamo in Sandro Polci, Borghi in cammino, Il Lavoro Editoriale, Ancona 2020, pp. 125. Prosegue la riflessione di questo autore sulla valorizzazione possibile dei borghi italiani come dimensione umana del vivere. In questa pubblicazione, in particolare, oltre all’indicazione di puntare per la loro rivitalizzazione su innovazione tecnologica (leggi: superamento del digital divide) e ottimizzazione turistica (ovvero: razionalizzazione dell’offerta ricettiva turistica), quasi fossero “Soviet ed elettrificazione” della rivoluzione borghigiana, va letto e soppesato il bel saggio di Joseph Acebillo sulla necessaria, maggiore interazione tra urbano e rurale per ripensare nel segno della terziarizzazione sostenibile la “città- regione”.

Sulla scia dei cambiamenti in cui siamo immersi, nel tentativo di comprenderli ed interpretarli coerentemente, si pone il libro di Fabrizio Barca ed Enrico Giovannini, Quel mondo diverso, Laterza Editori, Bari 2020, pp. 125. Gli autori, da tempo impegnati in un’azione sinergica di elaborazione, diffusione ed animazione politica di contenuti per costruire uno sviluppo sostenibile e più giusto, si confrontano sul mondo del post-Covid “da immaginare”, “per cui battersi” e “che si può realizzare”, affinchè sia appunto diverso. Dice Barca, a proposito di politiche rivolte ai luoghi: “Quanto all’imprenditorialità diffusa, si tratta di adeguarsi a un cambio di preferenze che tende a privilegiare servizi fondamentali, a cominciare da un welfare e una salute di comunità, a domandare prodotti di prossimità, a preferire un’attività turistica e culturale in aree a bassa densità di popolazione, a chiedere condizioni abitative migliori, in un Paese che presenta tassi assai elevati di sovraffollamento e un grande patrimonio abitativo non utilizzato. Sono tutte opportunità, per imprese private e sociali, e per la creazione di buoni lavori. Per esempio, lavori rivolti alla cura della persona, alla cura degli anziani”. Dice Giovannini, a proposito della prospettiva che abbiamo di fronte: “In questa situazione, l’obiettivo delle politiche è quello di ridurre per quanto possibile gli effetti negativi dello shock, ma anche di stimolare al massimo la ‘resilienza trasformativa’ del sistema socioeconomico, aiutandolo a ‘rimbalzare avanti’ e non a ‘rimbalzare indietro’, considerato che la condizione precedente lo shock era considerata insoddisfacente e insostenibile”.

Potremmo mettere alla base di queste parole la lettera enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020, pp. 241. Dopo la “Laudato Si’”, il messaggio di Bergoglio si estende all’agire sociale necessario per attuare l’ecologia integrale: fratellanza universale e amicizia sociale. Centrale è la parabola del Samaritano, emblematica dell’approccio di un Papa che vuol parlare a tutti, con parole comprensibili e condivisibili dai più. Richiamata più volte è, invece, la dichiarazione di Abu Dhabi tra Papa Francesco e l’imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyeb sulla fratellanza umana. Siamo di fronte ad una esortazione politica o meglio alla Politica, che deve saper affrontare urgentemente le questioni da cui dipende il futuro dell’umanità. Una esortazione in cui più che le sacre scritture sono richiamati i diversi documenti del pontificato di Francesco e che, anche per questo, costringe al confronto e all’impegno credenti, non credenti e diversamente credenti. Serve una politica popolare e non populista, lungimirante e non schiacciata sull’istante, capace di muoversi tra globale e locale. Sentiamo Bergoglio: “Tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite impediscono di cadere in uno di questi estremi: l’uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante, l’altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini”.

Parole che trovano, più che una eco, un tentativo di declinazione nel libro di Alberto Magnaghi, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp. 328. Dal Presidente della Società dei territorialisti e delle territorialiste un libro complesso che, benchè terminato proprio all’insorgere della pandemia, non è stato superato dagli eventi, come è capitato a tanti altri libri. Anzi, il suo approccio è diventato ancora più attuale ed accattivante per un Paese come l’Italia e per un’Europa che fatto la scelta strategica della sostenibilità. L’autore propone di “ritornare al territorio”, contro ogni corsa verso le Megacity e le nuove gerarchie della globalizzazione digitale. Quella di Magnaghi è un’alternativa radicale al mondo annunciato e profetizzato del neo-urbanesimo planetario, di cui denuncia l’ideologia e il potenziale catastrofico, proponendo al contempo contributi teorici ed esempi concreti di costruzioni progettuali ispirate ad un approccio eco-territorialista, secondo la filosofia delle eco-regioni urbane e delle reti di città. Costante è il confronto con l’ultimo Becattini della “coralità produttiva” e della “coscienza di luogo”, ma sullo sfondo resta un quesito: se è vero, e Magnaghi non può non condividere, che "la nostra battaglia per la sostenibilità globale sarà vinta o persa nelle città" - come ha sostenuto Ban Ki-moon - come abitare ed affrontare la grande contraddizione rappresentata dagli universi urbani in via di costituzione? Basterà proporre l’opzione “altra” della civiltà eco-territorialista?

Cambiando decisamente argomento, vi propongo una lettura più leggera di autore Anonimo, Io sono il potere, Feltrinelli, Milano 2020, pp. 285. Le confessioni di un capo di gabinetto della prima, seconda e terza Repubblica, scritte con sottile cinismo e sarcasmo verso il mondo della politica romana. Libro interessante per capire il ruolo importante svolto da quelle alte competenze che si muovono tra tecnica e politica e per comprendere meglio il ruolo svolto da strutture amministrative dello Stato come il Consiglio di Stato, l’Avvocatura, la Corte dei conti, insieme ad un’articolata geografia di poteri che, tra mille vizi, alimentano tuttavia la classe dirigente del Paese. Il libro è utile non solo per conoscere vicende ed episodi meno noti della vita politica nazionale, ma anche come guida ai “santuari” del potere statale.

Di tutt’altro genere è la raccolta di racconti di Vittorio Robiati Bendaud, Il viaggio e l’ardimento, Liberilibri, Macerata 2020, pp. 121. L’autore, allievo di rav Giuseppe Laras, propone una sorprendente diaspora ebraica, fatta di personaggi storici di primo piano della cultura e della religione ebraica, che ha come sfondo le Marche dal mare Adriatico ai Sibillini. Queste nove storie conquistano il lettore non solo perché sono narrate molto bene, portandolo alla scoperta di ambienti e figure tanto originali, quanto misconosciute, ma soprattutto perché trasmettono ogni volta il senso di una sapienza arcana. Tuttavia, la sorpresa maggiore deriva dallo scoprire fatti e personaggi per lo più veri e realmente accaduti nella nostra regione, che risulta nei secoli uno dei principali centri della presenza ebraica mediterranea ed europea, aspetto questo ancora tutto da scoprire.

Uno studio pregevole è quello di AA.VV., Mezzadri, pescatori e operai, a cura di Roberto Giulianelli, Franco Angeli, Milano 2020, pp. 252. Nell’anno del cinquantesimo dell’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, un libro che ricostruisce storicamente tipologie ed evoluzioni del mondo del lavoro marchigiano. C’è da augurarsi che sia un primo assaggio, tanto il tema del lavoro ha bisogno di una storia regione per regione, territorio per territorio. Una sfida che le rappresentanze del mondo del lavoro dovrebbero far propria e sostenere, se si vuol uscire dal lungo periodo di svalorizzazione del lavoro, questione che non è solo politica ed economica, ma anche e soprattutto culturale. Scrivere una storia del lavoro e dei suoi protagonisti, i lavoratori, fossero essi mezzadri, pescatori, operai o artigiani, appare un’operazione urgente, tanto quanto le riforme auspicate, che non si raggiungeranno se il mondo del lavoro non ritrova coscienza di sé, capacità unitaria e proposta riformatrice. Tutto ciò ha a che fare con il ripensamento delle identità collettive, con lo sforzo di prendere sulle proprie spalle un percorso plurisecolare, conoscerlo meglio, rielaborarlo, farlo divenire patrimonio delle classi dirigenti che quel mondo intendono rappresentare. Molto interessanti i saggi sull’emigrazione marchigiana, su demografia e lavoro straniero nelle Marche, sui cambiamenti del modello marchigiano fino alla crisi economica del 2007 e oltre.

A cento anni dalla nascita del Partito comunista d’Italia (PCd’I) non può mancare un libro da leggere. Suggerisco Paolo Franchi, Il PCI e l’eredità di Turati, La nave di Teseo, Milano 2021, pp. 187. Un bel libro, scritto bene e con intelligenza, da un intellettuale e giornalista che il PCI l’ha vissuto molto da vicino. La vicenda del Partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer viene ripercorsa a partire dalla “profezia di Barbanera”, ossia di Filippo Turati, il leader socialista che esce sconfitto dal Congresso di Livorno del 1921, quando nasce per scissione dall’allora Partito socialista italiano il PCd’I, sull’onda del “mito bolscevico”. L’ombra di Turati continuerà ad essere un costante punto di confronto, a volte ricercato, più spesso implicitamente presente, fino alle parole di Umberto Terracini nel 1982: “A Livorno aveva ragione Turati”. Ecco la profezia: “E quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. (…) Se volete fare qualcosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, sarete forzati a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori”. Molto tempo dopo le ragioni del riformismo socialista hanno prevalso; spesso ciò è accaduto anche nella vicenda politica del PCI, il quale grazie all’innovazione togliattiana fu di fatto una “socialdemocrazia popolare” (altra espressione turatiana). Ma, quando quelle ragioni hanno prevalso anche storicamente, l’Italia ha continuato a non avere un partito socialdemocratico di stampo europeo. Non ci resta che prenderne atto, tanto più oggi che la socialdemocrazia non gode di buona salute, e tentare comunque di raddrizzare il “legno storto” che la storia delle culture riformatrici di questo Paese ci ha consegnato.


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